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Federica Argentati, 
Presidente Distretto Produttivo Agrumi di Sicilia


Argentati, il Distretto ha appena avviato l’iter per il riconoscimento del nuovo Patto di sviluppo distrettuale. Perché è necessario un rinnovo?

«I distretti in Sicilia sono riconosciuti sulla base di una normativa precisa (D.A. n. 1937/2 del 28/06/2016 dell’Assessorato Attività produttive) che indica in tre anni, salvo proroghe, la validità del Patto di Sviluppo proposto dal partenariato (i sottoscrittori). Quindi ogni tre anni è necessario rivedere, se utile e soprattutto condiviso, il Patto di Sviluppo, che è il progetto che la filiera agrumicola siciliana di propone di realizzare nel triennio successivo. La Regione valuta ed approva il Patto inserendo nel decreto di riconoscimento sia le imprese sia gli enti che lo hanno condiviso e quindi approvato. Il Distretto Agrumi parte da un’esperienza importante, ma ha l’assoluta necessità di fare grandi passi in avanti».

E quali sono le basi del Nuovo Patto?

«Ripartiamo innanzitutto da un confronto con le imprese della filiera, a partire da quelle della produzione, a cui chiediamo di fare presenti esigenze e proposte. E poi dai documenti prodotti in varie occasioni. Da quelli predisposti dalle organizzazioni di categoria a quelli derivanti da confronti diretti con esse e con le imprese in occasione di iniziative promosse o sostenute anche dal Distretto, dalle proposte già avanzate dal mondo della ricerca scientifica e quelle strategiche dei diversi Consorzi di Tutela. Penso anche al confronto avvenuto le categorie agricole in occasione del recente incontro al Ministero del 20 ottobre scorso dove tutti hanno concordato sulla necessità di spingere per un Piano di Settore agrumicolo nazionale ». 

Quindi lei come vede le proposte avanzate dal Ministero? 

I punti indicati dal Ministero possono aiutare la filiera agrumicola italiana a condizione che vengano declinati secondo le esigenze dei territori e delle imprese che, è scontato, devono fare sistema oggi più di ieri. A tal fine il Distretto ha già convocato un'assemblea di filiera il prossimo 15 novembre per raccogliere esigenze e proposte al fine di sottoscrivere il nuovo Patto di Sviluppo Distrettuale che darà maggiore forza e compattezza alla presenza dell'agrumicoltura siciliana al tavolo tecnico convocato dal ministro Martina».

Io credo che, nello specifico della Sicilia, che è la principale regione agrumetata d’Italia  è necessario mettere in pratica tutti i possibili interventi utili alla riduzione dei costi correnti della filiera facendo leva sul riconoscimento da parte dell’UE della condizione di insularità. Inoltre, per la Sicilia non è pensabile un'azione di comunicazione indirizzata al consumatore finale che riguardi un generico prodotto italiano se non accompagnato dalle produzioni d’eccellenza che la nostra regione esprime in termini di DOP, IGP e Bio attraverso soprattutto i media che sono in grado di raggiungere il consumatore ovunque esso decida di acquistare agrumi».

«E' certamente apprezzabile lo sforzo compiuto al fine di organizzare un programma condiviso tra Stato e Regioni con al centro le OP e quindi i produttori e al quale il Distretto certamente collaborerà svolgendo il ruolo per cui è nato: valorizzare gli agrumi siciliani freschi e trasformati al fine di migliorare la commercializzazione e il ritorno economico sul territorio, a partire da quello per i produttori. Per questo auspico anche che l’intervento preveda il sostegno agli accordi di filiera tra produzione e industria, con un monitoraggio costante della tracciabilità dei prodotti e programmi di internazionalizzazione innovativi.”

E il modo migliore di arrivare a quel Piano è partire da un Patto di Sviluppo distrettuale davvero condiviso sul nostro territorio? 

«L’unica cosa da fare è mettere in pratica quello che tutti a parole ritengono necessario in Sicilia: organizzarsi in maniera più efficace. Contribuire avendo sottoscritto il nuovo Patto, in modo nuovo rispetto al passato, è di fondamentale importanza».

In che senso in modo nuovo?

«E' importante che le imprese dicano quello di cui hanno bisogno. Perché il Distretto nasce nel loro interesse e al loro servizio e deve sostenere le istanze della filiera, svolgendo il compito più complicato di tutti: far crescere il concetto di aggregazione e di sistema. All'assemblea del 15 novembre tutte le imprese e gli enti della filiera agrumicola siciliana sono stati invitati a partecipare, ad analizzare, discutere, e proporre gli obiettivi del nuovo Patto di Sviluppo del Distretto Agrumi di Sicilia. Con una fondamentale novità: i sottoscrittori del Patto dovranno crederci sino in fondo e associarsi al Consorzio di Distretto. Per questo sono state ridotte e diversificate le quote associative per le imprese di tutta la filiera. Perché sono queste le prime a dover essere presenti. Un ruolo a parte, ma altrettanto importante, avranno le Organizzazioni di Categoria, agli Enti di Ricerca e agli Enti Locali secondo delle formule che verranno stabilite insieme loro. Mettere chiarezza nei rapporti con le rappresentanze la considero una delle priorità».

Lei da qualche anno propone uno specifico progetto di rilancio delle produzioni agrumicole di qualità siciliane attraverso la rete dei mercati ortofrutticoli ma di fatto sembra che ad oggi non si siano avuti grandi risultati. Perchè, secondo lei? Continuerà ad essere obiettivo del Patto di Sviluppo.

Rispondo prima all’ultima domanda.! Penso proprio di si. Credo che più tempo passi maggiore è l’esigenza che questo progetto si realizzi. La prima volta che ne ho parlato pubblicamente era il 2011. Al Mac Frut di Cesena alla presenza di un folto numero di direttori e presidenti dei principali Mercati ortofrutticoli nazionali ed imprese della filiera agrumicola siciliana. Francamente ho riscontrato scetticismo da parte delle imprese siciliane e importanti perplessità da parte dei Mercati e delle loro rappresentanze. Dopo quasi 5 anni registro maggiore consapevolezza  ed interesse da parte delle imprese agrumicole alle quali, tuttavia, non mi pare corrisponda, ancora il necessario impegno da parte dei Mercati. Abbiamo fatto, in Sicilia, incontri, riunioni, stilato protocolli con la partecipazione di importanti OP siciliane e la presenza di rappresentanti dei Mercati che, tuttavia non hanno più avuto seguito. Ci sono in atto piccole, seppur interessanti iniziative che, a mio parere, se non verranno sostenute in maniera decisa potranno avere solo un effetto boomerang in quanto, a mio parere,  questo è un progetto che per essere davvero incisivo deve essere realizzato mettendo in campo, prima di ogni altra cosa, un accordo “politico” tra territori. Quello siciliano e quello dei diversi Mercati ortofrutticoli con il supporto chiaro e determinato del Ministero per le Politiche Agricole.

Sarebbe una bella svolta sia per le produzioni territoriali sia per i Mercati. Oggi più di ieri. A condizione, però, che sia realizzato in maniera corretta. E sarebbe estendibile anche a produzioni di qualità anche di altre zone italiane.

Quali obiettivi del vecchio Patto ha raggiunto il Distretto in questi anni?

«Abbiamo dato molta visibilità alla filiera agrumicola siciliana di qualità a livello nazionale e internazionale con un lavoro quotidiano che ci ha visti impegnati su tutti i fronti possibili (dalla stampa a manifestazioni come Expo, dove abbiamo gestito un intero padiglione) portando avanti azioni di marketing territoriale e di turismo relazionale integrato,  un grande lavoro di coordinamento sul territorio e tanto altro ancora ». 

Per esempio?

«Uno per tutti: il progetto Vie della Zagara e una campagna di comunicazione innovativa “People of Sicily” (con supporti video, cartacei, web) per il mondo dell’agrumicoltura siciliana. Ma abbiamo anche svolto un’operazione di supporto e di coordinamento su vari tavoli tecnici (trasformato,  ricerca scientifica); abbiamo implementato metodi e strategie innovative sia nel campo delle agroenergie, con la realizzazione dell’impianto pilota per la produzione di biogas, sia nella formazione  con il progetto Social Farming.  Abbiamo sostenuto concretamente l’avvio dell’iter di riconoscimento di due importanti produzioni, il Tardivo di Ciaculli ed il Limone dell’Etna. Il Distretto Agrumi ha svolto un ruolo importante anche nel rapporto con gli altri Distretti regionali con i quali la collaborazione non è mai mancata. A livello nazionale abbiamo avuto un progetto finanziato dal Mipaaf, interlocuzioni con lo stesso ministero e con quello alle Attività Produttive. Con l'ICE è in corso un progetto che ci potrà aprire i mercati della Polonia». 

E con l’industria come va? 

“Abbiamo lavorato e continueremo a farlo per supportare gli accordi di filiera, cercando anche la piena collaborazione dell'Assessorato regionale all'Agricoltura. Ad oggi però ancora non è stato siglato l'accordo di filiera “prodotto trasformato” e sarebbe opportuno che si arrivasse a farlo prima dell'avvio della campagna agrumicola, così come ritengo sia fondamentale tracciare le produzioni agrumicole trasformate sul modello di quello che da poco è stato fatto nel settore lattiero caseario».

Ma non c’è il rischio di creare sovrapposizioni con altre strutture rappresentative della filiera? 

«Spazziamo il campo da ogni dubbio. Un Distretto non è, per legge, una rappresentanza agricola né una struttura commerciale. Il distretto è un Patto (progetto) sottoscritto da imprese ed enti della filiera agrumicola siciliana che “ idealmente” intorno ad un tavolo ed avendone conoscenze e competenze si danno delle priorità di sviluppo dal basso, facendo “Sistema” per sviluppare una progettualità strategica. Ritengo che la filiera agrumicola siciliana abbia davvero bisogno di fare sistema e di darsi una strategia complessiva. Siamo la principale regione agrumetata italiana, espressione di produzioni di altissima qualità, sottoposti ad un mercato globale dove spesso le regole vengono stabilite altrove con problematiche anche strutturali importanti. La crescita della filiera agrumicola in Sicilia corrisponde alla crescita economica dell’isola. O ci organizziamo o non possiamo più pretendere che le cose cambino». 

Qualcuno pensa che il Distretto possa essere uno strumento politico?

«Il Distretto è e deve essere esattamente il contrario di uno strumento politico. Deve invece aiutare la filiera a portare le proprie istanze alla politica. Quindi, non può avere colori se non quelli degli agrumi. D'altronde, la Regione non ha mai finanziato il Distretto e tutto quello che è stato fatto è legato a fondi privati di poche imprese che hanno avuto la lungimiranza di costituirsi in Consorzio, alla presentazione di progetti a bandi pubblici regionali o nazionali co-finanziati dalle imprese e addirittura da fondi provenienti da organizzazioni internazionali. Pertanto rimettiamo al mittente la provocazione e lo facciamo con fatti concreti. E’ il progetto che lo dimostra».

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